Texto de presentación de La miliziana en Roma de la doctora Susana Nanni.

Mika: la capitana riscattata dall’oblio della storia (con le menzogne della finzione).

di Susanna Nanni

(Università degli Studi “Roma Tre”)

Elsa Osorio è una delle voci femminili della narrativa argentina più raffinate ed apprezzate dal pubblico e dalla critica a livello internazionale negli ultimi decenni. Ha vinto, tra gli altri, il prestigioso Premio Nacional de Literatura Argentina per Ritos privados, il suo debutto, una raccolta di racconti brevi del 1982; il secondo Premio Letterario di Amnesty International per il suo romanzo A veinte años, Luz, del 1998, tradotto in 16 lingue e pubblicato in 23 paesi (solo in Argentina ha avuto qualche difficoltà ad essere pubblicato per aver portato alla luce uno dei capitoli più oscuri dell’ultima dittatura argentina); il premio Biblioteche d’Italia per il miglior romanzo straniero con Lezione di tango, del 2006, con cui l’autrice ha vinto anche il Premio Acerbi; il Premio Argentores alla migliore sceneggiatura di Commedia, il premio al Periodismo de Humor.

Con il suo ultimo romanzo (in Italia: La Miliziana, Guanda, 2012) Elsa Osorio ha restituito alla luce, attraverso la configurazione narrativa di un romanzo, un personaggio storico femminile marginalizzato se non dimenticato dalla Storia ufficiale, destabilizzando in questo modo la “historia sagrada” e gli “hombres de mármol” non solo da un punto di vista tematico ma anche metodologico. Come altri autori di romanzi storici contemporanei, infatti, l’autrice non solo è andata oltre alle versioni ufficiali della storia ma ha anche contribuito – con la sua “finzione” – a mettere in discussione i modi tradizionali di accesso alla conoscenza storica e la sua rappresentazione (costituendosi, quindi, implicitamente, come atto decostruttivo dell’impalcatura ideologica imposta dagli spazi egemonici di potere).

In tal senso, il romanzo di Elsa Osorio si può inserire in quel filone di romanzi storici contemporanei (di cui la narrativa ispanoamericana offre eccellenti esempi) che, a prescindere dalla volontà dei singoli autori, hanno partecipato al dibattito storiografico contemporaneo che ha visto, da una parte la rivalutazione della “verità delle menzogne” della finzione, dall’altra – a partire dal concetto di narratività del discorso storico – ha ristabilito la funzione della Storia, mettendo in discussione la possibilità di una conoscenza storica oggettiva e contribuendo a ridefinire obiettivi e metodologie della disciplina storiografica.

Leggere “La capitana” significa vivere un’esperienza straordinaria, in cui l’immedesimazione nella protagonista del romanzo o, se preferiamo, la condivisione dei suoi pensieri, desideri, paure ed emozioni, è pressoché totale ed imprescindibile per la comprensione del personaggio, soprattutto se si è donna, se si crede nel potere della rivoluzione, nella lotta delle classi subalterne contro il potere, e se si crede che il comando di tale lotta possa essere svolto “orizzontalmente” e non gerarchicamente.

Chi è, dunque, la protagonista di questa storia? Michaela Feldman, detta Mika, ebrea argentina di origini russe, i cui genitori erano riusciti a fuggire durante i pogrom russi, trovando rifugio a Moisés Ville, prima colonia rurale ebraica in Argentina, fondata a Entre Ríos nel 1898; Mika è una bambina che ascolta i racconti dei genitori sugli ebrei fuggiti dalle prigioni della Russia zarista e da allora nasce in lei il germe rivoluzionario: “Noi giocavamo agli indiani e all’acchiappino. Una versione dell’acchiappino adattata alle nostre storie; ‘libera tutti’ gridavo io e i miei amici venivano salvati dai pogrom e trasportati nella felicità spensierata di Moisés Ville. Non sapevo ancora che avrei passato la vita a gridare ‘libera tutti’ per i miei compagni” (p. 23-24); Mika è un’adolescente che a 15 anni, abbracciando l’ideologia anarchica, pronuncia il suo primo discorso pubblico in un’assemblea politica; Mika è l’unica donna a raggiungere il comando di una milizia antifranchista durante la Guerra civile spagnola.

Dunque: donna, ebrea, intellettuale e rivoluzionaria, Mika sembra avere tutti gli ingredienti affinché la sua epopea cadesse nell’oblio della Storia. Prima anarchica poi comunista, viene espulsa dal Partito nel ’25 per non condividerne pedissequamente certi principi: “per come eravamo fatti, non eravamo destinati a resistere a lungo in nessun partito o organizzazione politica. L’osservanza di dogmi, la burocrazia, i tortuosi meandri del potere non facevano per noi” (p. 75). Definisce i partiti: “Oscure semplificazioni, quella mania di inquadrare intere esistenze con un’etichetta che elimini ogni sfumatura e non permetta di capire la complessità della storia” (p. 141). “Una persona libera che cercava di cambiare il mondo”, l’ha definita l’autrice, sempre coerente, mai incasellata in alcun partito politico e, di conseguenza, nessun partito politico l’ha mai rivendicata. “Una donna pericolosa che comandava tra i rossi” secondo i fascisti e, allo stesso tempo, “ostile alla Repubblica” secondo gli stalinisti, per aver combattuto al fianco dei rivoluzionari del POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista) di cui il PC voleva liberarsi (e per questo cacciata dalla “sua” guerra, dopo essere stata imprigionata nelle carceri dei Repubblicani).

In realtà, la traiettoria esistenziale e politica di Mika – che incarna la parabola di un intero secolo, attraversando e vivendo intensamente le tappe rivoluzionarie più importanti del Novecento europeo – offre di per sé preziosi spunti per un intreccio narrativo che sembra avere poco a che fare con un passato storico reale per entrare piuttosto nel mondo della finzione: a partire dagli anni ’20 nel fermento dell’università di Buenos Aires, dalla militanza nel gruppo della rivista Insurrexit (portavoce del riformismo universitario) – dove incontra il fondatore, Hipólito Etchebéhère, che a partire da quel momento sarà suo compagno di vita e di lotta – dall’appoggio alle lotte operaie rurali a Santa Cruz in Patagonia, le vicende della coppia si spostano in Europa e s’intrecciano con le lotte della classe operaia (perché “è in Europa che si sta giocando il destino della classe operaia mondiale” p. 90): prima Parigi nella cerchia intellettuale trotskista, poi Berlino nel ’32 e nel ’33 all’avvento del nazismo, poi nella Spagna della Guerra Civile, dove, rimasta vedova (nella battaglia di Atienza, nel 1936), si ritrova ad imbracciare il fucile (lei che “non sa niente di tattica e strategia militare”, p. 191, e che, fino a pochi anni prima, “al solo pensiero di impugnare un’arma inorridisce”, p. 94), e si ritrova, per volontà dei miliziani della sua colonna, a guidare un battaglione di rivoluzionari del POUM sfidando certa cultura diffidente e “machista” (la consideravano coraggiosa “come un uomo” o più di uomo, ma il termine di paragone rimane invariato) e conquistandosi l’appellativo di “capitana”, grazie al suo carisma e alla grande capacità di saper prendere decisioni importanti in circostanze particolarmente difficili (l’appellativo purtroppo è scomparso nel titolo dell’edizione italiana, non essendo in uso, ancor oggi, nella nostra lingua, il sostantivo femminile di “capitano”, se non per definire un capitano-donna di una squadra sportiva o la “moglie del capitano”…).

Particolarmente interessante, infatti, come l’autrice si focalizzi sulla condizione femminile di Mika, in un momento storico in cui la concezione imperante sul rapporto uomo-donna era esclusivamente maschilista. La stessa protagonista del romanzo afferma: “Stiamo combattendo per la rivoluzione tutti insieme, uomini e donne, da pari, nessuno deve dimenticarlo” (p. 13). Nelle parole di una giovane compagna di lotta, Emma, “è sempre lei, benché donna e straniera a mettere i puntini sulle i quando serve nella colonna del POUM. È in questo modo particolarissimo che guadagna autorità: ci spiega quello che lei per prima si sforza di capire, ci protegge, ci distribuisce la cioccolata calda, accende torce nel nostro sconforto. E pronuncia verità forti come pugni, che nessuno ha il coraggio di confutare. Bisogna vedere com’è brava a a comandare. E senza strillare. Anche se a qualcuno non va tanto giù che Mika organizzi, è una ficcanaso, dicono, come mai una straniera dovrebbe spiegare loro cosa fare?, obiettano, ma io questa della straniera non me la bevo, il vero guaio è che è una donna.” (p. 10).

Secondo Hipólito, invece, l’esser donna è un contributo imprescindibile alla causa. Durante il loro primo incontro, lui ed alcuni compagni stanno cercando di convincere Mika a partecipare al loro progetto politico attraverso l’adesione alla rivista: “Tutto molto interessante, li provoca Mika, ma non ho ben capito: vi interessano le mie idee, il mio eventuale contributo, o il semplice fatto che sia una donna? […] Ci interessa tutto, dice Hipólito, il contributo che potrà dare, quello che penseremo e studieremo insieme, ma anche il fatto che lei sia una ragazza, perché no? Saprà trovare meglio di noi le parole giuste per attrarre le donne. Senza di voi, si dimezza la forza di cui disponiamo per cambiare il mondo: impresa ardua ma non impossibile se, invece, lavoriamo tutti insieme. Le sembra sbagliato fare leva sulla sua natura femminile, quando l’obiettivo è un mondo più giusto per tutti?” (p. 57).

I suoi miliziani la ritraggono come “Una donna di un’intelligenza e di un coraggio ineguagliabili, dura e insieme affettuosa, valorosa” (p. 80). La relazione che lega Mika ai suoi compagni è piuttosto complessa: “Mika convive con uomini senza pensare alla relazione che la lega a loro […] cosa sono quegli uomini per lei? Figli, fratelli, compagni? Estranei difficili da capire, burberi, duri, deboli, coraggiosi, caparbi, affettuosi, goffi, odiosi, gentili. […] Nessuno sguardo l’aveva scoperta donna. Chi è Mika per i suoi miliziani? Una donna pura e dura, austera e casta, cui si perdona il suo sesso nella misura in cui lei non se ne avvale” (pp. 105-106).

E, per la protagonista, i suoi compagni di lotta sono “figli e insieme padri. Li proteggo e loro proteggono me, si preoccupano se mangio o dormo poco […] e in un modo più complesso e sottile, sono anche dei mariti. E io sono la moglie di tutti […] Mi obbediscono perché lo vogliono e perché mi amano. E io amo loro” (p. 202).

Una donna che, in quanto tale, non comanda come gli uomini, dall’alto in basso, ma orizzontalmente, non prende decisioni senza prima discuterne con i suoi miliziani.

Una donna tenera ed allo stesso tempo implacabile, che riesce a imporsi con voce calma e che infonde sicurezza nella sua truppa, capace di schiaffeggiare uno dei suoi miliziani e allo stesso tempo capace di trattarli come figli, preoccupata della loro alimentazione, salute o igiene.

Una donna fisicamente piccola, ma capace di combattere al comando di 150 uomini in battaglie durissime, come furono quelle di Atienza, Sigüenza, Moncloa, Pineda de Húmera o Cerro de Ávila, sostenendo il loro morale e tenendo vivo l’ideale rivoluzionario, in una guerra impari fatta di bombe artigianali e miseri fucili contro i mortai e le mitragliatrici dei franchisti.

Una donna pienamente cosciente delle proprie responsabilità.

Una donna che nella battaglia di Moncloa resuscita letteralmente dalla terra in cui l’aveva sepolta una scarica di colpi di mortaio, ma non vuole farsi portare via in barella (perché può sempre servire per i feriti…), o rimanere in infermeria mentre i suoi compagni continuano a combattere in trincea. Niente e nessuno la può fermare.

Una donna che non esita a confessare di avere paura: “degli obici, e dei fucili, e delle notti cupe, del freddo e delle malattie, a volte di certe persone e, a dire il vero, gli aerei nemici non le fanno paura, la terrorizzano” (p. 210).

Una donna che, a differenza di molti suoi compagni, non gode della vista dei cadaveri dei nemici, e che, nei momenti di tregua, dietro la prima linea, non riposa ma insegna a leggere e a scrivere ai miliziani analfabeti.

Una donna intensamente dedita alla Rivoluzione e allo stesso modo profondamente innamorata del proprio uomo sin dal loro primo incontro, due passioni che convivono in lei e a volte entrano in conflitto, uno scontro che si risolve con la vittoria della causa collettiva a scapito dell’amore personale: “la mano di Hipólito, calda, affettuosa, quel sorriso complice, come se la conoscesse da sempre, e negli strani occhi grigi una grande gioia. Sarà rivolta a lei? È possibile? Un aleggiare di farfalle le invade il corpo. No, come le viene in mente, la gioia nasce dalla sua voglia di cambiare il mondo e dal progetto cui stanno lavorando. La riunione è già cominciata e Mika, presa dalle sue fantasticherie, eviterà quel sorriso raggiante che la fa sentire tanto a disagio” (p. 61). La coppia privilegia la causa rivoluzionaria a tal punto da condividere la scelta (sicuramente più problematica e discutibile per lei) di rinunciare ad avere un figlio, perché incompatibile con la lotta.

L’accumulazione caotica di alcuni brani dedicati all’intimità dei loro sentimenti rappresenta un amore profondo, oramai inarrestabile, che li accompagnerà per tutta la vita: “E si rivedranno il martedì, e il giovedì, e il sabato e la domenica e la settimana e il mese dopo. E l’altro ancora. Scivolando per la china dell’amore, un passo alla volta, ma inarrestabili. Chiacchiere, passeggiate, mani che si intrecciano, letture, dibattiti, coincidenze e confidenze, un bacio che sigilla un tacito patto, progetti, tutta una vita davanti e gli ideali comuni, la rivoluzione, timide carezze, e altre, più ardite, la rivista, i compagni, la Rivoluzione russa” (p. 64).

Un amore mai statico, che si alimenta e si arricchisce, anche nella lingua: parlano in francese quando sono a Parigi, in tedesco a Berlino, in spagnolo a Madrid: “Un po’ come concedersi di essere altri, per conoscersi in modo diverso, per rinnovarsi” (p. 118).

Una donna che prova un profondo sentimento anche per la natura che la circonda, in Patagonia, fino ad identificarsi con essa: “la natura non mi aveva mai commosso tanto […] una sensazione di libertà e grandezza perfettamente in sintonia con l’ambiente che ci circondava […] a poco a poco mi stavo mimetizzando con quella terra infinita. E mi sentivo grande e ricca come la Patagonia” (pp. 86, 88).

A questa donna e alla sua vicenda straordinaria, Elsa Osorio ha dedicato (dal 1986) decenni di meticolosa documentazione (seguendo anche fisicamente, geograficamente, l’iter della sua protagonista, per vedere i posti in cui aveva vissuto e le strade che aveva percorso), per costruire un intreccio narrativo sulla base delle testimonianze di chi l’ha conosciuta personalmente, oltre all’attenta lettura dei manoscritti e delle lettere della stessa capitana, e a ricerche interminabili negli archivi spagnoli, francesi e nordamericani: “Partendo da questo materiale – scrive l’autrice nella postfazione – ho elaborato congetture di quello che poteva essere successo, creazioni letterarie che fossero utili al romanzo senza contraddire la storia. Duro lavoro” (p. 310).

E con questa donna Elsa Osorio instaura un dialogo a distanza eppure molto intimo, un abbraccio, mentre si trova nel pieno delle sue ricerche e legge le memorie della sua protagonista: “Mi abbaglia la vita che conducete una vita depurata, ricca, libera e impegnata, unica, etica e bella, la vita delle idee, delle emozioni, della passione condivisa per un mondo migliore. Vi vedo felicissimi nel quaderno blu” (p. 117).

Ma Elsa Osorio non si limita a raccontare le vicende storiche. Va oltre ed affronta la complessa storia delle ideologie del XX secolo in Europa, con tutti i suoi risvolti, paradossi e problematiche, avvalendosi di efficaci salti spazio-temporali (solo per citare i primi tre capitoli: nel 1 cap. il lettore entra nel vivo delle vicende spagnole, a Sigüenza nel settembre del ’36; nel 2 cap. veniamo proiettati a Parigi, nel ’92, subito dopo la morte della protagonista, e lei stessa, dall’aldilà stabilisce un dialogo con il lettore; nel 3 cap. retrocediamo a Moisés Ville nel 1902). Altra strategia narrativa utilizzata a tal fine è la polifonia, dando voce ad una pluralità di personaggi – compreso quello della stessa autrice/narratrice – che costituisce di per sé un discorso anti-autoritario e che permette di abbracciare le diverse storie della Storia: dalle origini delle colonie ebraiche in Argentina, alla Semana Trágica del ’19, alla carneficina del ’22 di 1500 braccianti ovini in Patagonia, alla sua vita in Europa negli anni ’20-’30, al maggio del ’68, alla guerra delle Malvinas.

In Francia trascorrerà la seconda parte della sua vita, dedicandosi ad una notevole attività intellettuale (fu amica di André Breton, Julio Cortázar, Alfonsina Storni). Rivoluzionaria e combattiva sino alla fine della sua lunga vita, contribuì alla formazione politica degli studenti universitari parigini durante i fermenti del ’68 (e gli insegnò ad alzare barricate senza esser scoperti dalla polizia). Morì nel ’92, a 90 anni, informandosi e scrivendo sulla Guerra del Golfo.

“C’è sempre un motivo per cui lottare, un sentiero da percorrere e un obiettivo da raggiungere”, scrive la capitana nelle sue memorie.

Una donna che con convinzione e coerenza fece sue tante guerre che in origine (per nazionalità) nemmeno le appartenevano, cosciente però che in quelle circostanze si mettevano in gioco la libertà e la giustizia per il genere umano (a prescindere dalle singole nazionalità). “Nessuno glielo chiede, nessuno lo pretende, eppure Mika è lì”, è l’incipit del romanzo, “cosa ti ha portato a combattere in Spagna, così lontano dal posto in cui eri nata, cosa ti ha spinto a consacrarti anima e corpo a quella guerra, a farla talmente tua da essere nominata capitana dagli stessi miliziani? (p. 8).

Il romanzo di Elsa Osorio si rivela un omaggio etico e doveroso (ma tutt’altro che scontato) ad una rivoluzionaria dimenticata dalla Storia, pur avendo vissuto le tappe principali della grande avventura ideologica e culturale del XX secolo. “Ci sono fatti che chiedono a gran voce di essere narrati”, scrive Mika in alcuni suoi appunti (riferendosi ai fatti storici narrati ne La Patagonia rebelde, di Osvaldo Bayer). L’affascinante storia di Micaela Feldman affidata alla letteratura dalla nostra autrice è sicuramente uno di questi fatti.

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