Corriere della Sera (Italia)|I passi indietro dellʼArgentina|Alessia Rastelli

I passi indietro dellʼArgentina

Lo sconto di pena ai militari, la crisi economica. Dialogo tra le scrittrici Andruetto e Osorio

“Il futuro torna a spaventarci come il passato”

«Avevo 21 anni quando cʼè stato il colpo di stato. Mi sono rifugiata in Patagonia per un anno e mezzo, poi sono tornata a Cordoba e ho partorito mia figlia nella piccola stanza di una casa di appuntamenti, dove mi sono a lungo nascosta”

 “Io ero già incinta quando la giunta militare prese il potere. Poi arrivò anche per me lʼesilio interno, nella provincia di Buenos Aires. Sopravivero allevando polli. Mi dico sempre: “Questo è il ultimo libro che scrivo sulla dittatura”, ma poi ne inizio un altro. Perchè, anche se sono stata fortunata —non sono stata né arrestata né torturata né ammazata— quellʼesperienza ha segnato la mia vita”.

Maria Teresa Andruetto, 1954, ed Elsa Osorio, 1953, scrittrici argentine, entrambe al Salone di Torino, appartengono alla stessa generazione da cui proveniva la maggioranza dei trentamila desaparecidos vittime del regime di Jorge Rafael Videla, dal 1976 al 1983. Nei loro nuovi romanzi, Lingua-Madre (Bompiani) e Doppio fondo (Guanda), fanno ancora i conti con la propria storia e quealla del loro Paese.

In tutti e due i libri viene dato ampio spazio alla generazione dei figli dei desaparecidos. È unʼevoluzione naturale della letteratura argentina che si confronta con la dittatura?

MARIA TERESA ANDRUETTO —Allʼinizio ci furono soprattuto testimonianze, poi brevi racconti oggettivi e distaccati, quindi forme narrative più complesse. Dal ritrarre soprattuto i responsabili, inoltre, si è passati via via —ed è quello che mi interessa di più —alla zona grigia: a come la società abbia vissuto la dittatura, a come, per paura, indifferenza e ideologia, abbia potuto tollerare certi crimini. Adesso, infine, cʼè maggiore anttenzione per i figli dei desaparecidos, diventati adulti e in alcuni casi —Laura Alcoba, Félix Bruzzone, Paula Bombara, tra gli altri — loro stessi autori di racconti.

ELSA OSORIO —Già nel 1998 avevo scritto I ventʼanni di Luz (Guanda), storia della figlia di una desaparecida sottratta alla sua famiglia e affidata a un militare, alla ricerca della sua vera identità. In Doppio fondo invece si parla di una donna della mia generazione prigionera alla Esma, la scuola ufficiali della Marina argentina usata come centro di detenzione e di tortura. Al centro ci sono lei, che deve fingersi pentita della sua militanza passata, ma anche un figlio che giudica sua madre.

Dieci giorni fa la Corte Suprema argentina ha stabilito che i militari condannati per reati di lesa umanità ai tempi della dittatura possono vedere dimezzata la loro pena. E più volte le Madri di Plaza de Mayo hanno accusato Mauricio Macri di mettere a rischio il processo di memoria, verità e giustizia per i desaparecidos. Cosa pensate della linea del presidente?

MARIA TERESA ANDRUETTO —Da quando è stato eletto Macri, ci sono stati molti tentativi di ridemsionare lʼimportanza dei diritti umani, fino allʼassurdità di mettere in dubbio, in unʼintervista del presidente, il numero dei desaparecidos. Una cifra simbolica, trentamila, perchè in realtà sono di più. Quanto alla decisione della Corte Suprema, la Camera ha già votato contro, inclusi i deputati del partito del presidente. Lui è lʼunico che non ha detto una parola.

ELSA OSORIO —Appena ho saputo della Corte Suprema ma sono tornata ad avere le paure di un tempo. Non credo che la decisione sia stata un errore, è stata voluta, cercata. Ma noi non perdoniamo, non dimentichiamo, non ci riconciliamo. Noi chiediamo giustizia. Proprio per questo ho partecipato alla marcia organizzata in tutto il Paese contro la scelta della Corte.

MARIA TERESA ANDRUETTO —Anche io sono andata con mio marito, mia figlia e la mia nipotina. Dietro tutto questo cʼè un tentativo di restaurazione economica che sarebbe devastante. Si vuole tornare alle politiche che subimmo durante la dittatura e sotto la presidenza Menem negli anni Novanta: una restaurazione conservatrice che apre indiscriminatamente le porte al Paese e che favorisce solo una piccola fetta della società. Questa è la ragione per cui furono uccise tante persone, questa è la ragione oggi, del voler tornare al passato.

ELSA OSORIO —È vero, il sistema imposto durante la dittatura è quello che vogliono recuperare adesso.

Nel Paese monta la protesta. Per lʼOese il Pil crescerà del 3% nel 2017. Coma sta davvero lʼArgentina?

ELSA OSORIO —Speriamo che la situazione migliori ma ora vedo un panorama grigio. È più caro andare al supermercato a Buenos Aires che a Parigi. I pensionati non riescono a pagare le medicine, i cittadini della classe media il riscaldamento, ci sono stati rincari fino al 1.000% su luce e gas. Anche le milonghe e le macellerie, nel Paese del tango e della carne, sono andate in rovina.

MARIA TERESA ANDRUETTO —Le frontiere sono aperte e migliaia di piccole e medie imprese hanno chiuso. Negli ultimi due anni non sono stati garantiti i libri nelle scuole. Il valore del salario si è molto ridotto e così i consumi. Il governo parla di ripresa ma io non vedo segnali, anzi ne colgo solo di disastrosi. Per fortuna lʼArgentina ha una grande capacità di opporsi: a marzo ci sono state cinque marce in un mese: per la difesa dei lavoratori, ma anche delle donne e della memoria.

Reccessione, diseguaglianze, fragilità delle istituzioni, corruzione e criminalità sembrano attraversare lʼAmerica Latina. Il caso più evidente è il Venezuela di Maduro. In aggiunta Donald Trump si presenta meno rassicurante di Barack Obama. Che cosa vi aspettate a breve e lungo termine?

MARIA TERESA ANDRUETTO —Noto un peggioramento al livello dei governi sudamericani: con lo spostamento a destrea viene a mancare la protezione per il proprio Paese, di cui fanno le spese le classi medio-basse. Secondo me, invece, lo Stato dovrebbe farsi carico di alcuni settori fondamentali come sanità, istruzione e informazione.

ELSA OSORIO —Fino a due anni fa cʼera senso di unione tra gli Stati dellʼAmerica Latina, ora lo coltivano solo Ecuador e Bolivia. In Venezuela la situazione cambia di continuo. In Brasile cʼè stato di fatto un golpe bianco. Sono delusa, siamo tornati indietro. E non condivido che agli Usa sia concesso di avere da noi un ruolo importante. Con Trump tutto si è complicato, per il mondo intero.

MARIA TERESA ANDRUETTO —Il nuovo presidente è brutale ma in fondo ha solo messo fine al politicamente corretto. Lʼindustria della guerra, in nome della quale sono state uccise milioni di persone, cʼera già prima di lui ma si è sempre stati attenti a mantenere lʼimmagine democratica degli Stati Uniti. Come America Latina sarebbe bene essere indipendenti economicamente e dialogare con altri Paesi. Da Trump non possiamo aspettarci cose buone ma la sua volontà di distruggere e dominare non è nuova: sei anni fa sono stata a Ciudad Juárez e il muro cʼera già.

La scorsa settimana Sergio Mattarella, in visita a Buenos Aires, ha detto che italiani e argentini sono “come fratelli”. Nel vostro Paese ci sono 20 milioni di italo-argentini, pari a quasi metà della popolazione. Oggi invece i migranti arrivano da altri Stati dellʼAmerica Latina.

MARIA TERESA ANDRUETTO —Sì ma sono meno che negli anni Novanta, quando la nostra moneta, il peso, era forte e attiravamo immigrazione soprattuto da Paraguay e Bolivia. Oggi ci siamo impoveriti e abbiamo bisogno di meno persone.

ELSA OSORIO — Lʼimmigrazione forte dallʼEuropa fu un modelo di integrazione: tutti noi veniamo da qualche parte. Per i migranti che oggi arrivano dallʼAmerica Latina sento invece parlare di medici che rifiutano di curarli, persino di carcere. È un passo indietro, lontano dalla nostra tradizione di accoglienza.

MARIA TERESA ANDRUETTO — Mio padre e i miei nonni materni erano piemontesi. Lo racconto nel libro per ragazzi Viaggio di Stefano (Mondadori). Lʼapproccio dellʼArgentina con gli europei fu diverso perchè puntavamo a essere una parte del Vecchio Continente in Sudamerica, più forte dei Paesi circostanti. Invece non saremmo ciò che siamo senza la popolazione indigena, che ha contribuito alla nostra natura mista e dinamica.

Anche Papa Francesco ha origini italiane e nel suo messaggio di Pasqua ha ricordato lʼAmerica Latina esortando a costruire “ponti di dialogo”, a perseverare nella lotta alla corruzione e nella ricerca di “soluzioni pacifiche”, per il progresso e il consolidamento delle istruzioni democratiche”

MARIA TERESA ANDRUETTO — Non è abituale negli alti vertici della Chiesa parlare di temi come il Sudamerica o i migranti. Talora come argentini vorremmo che fosse più radicale, una sorta di politico del nostro Paese a Roma , ma visto il ruolo sappiamo che è impossibile.

ELSA OSORIO — Sono rimasta positivamente sorpresa da Bergoglio. In Argentina la Chiesa è stata più complice che oppositrice durante la dittatura e il modo in cui lui si pone mi piace. Non solo può recuperare fedeli ma con il suo interevento potrebbero aprirsi archivi importanti per rintracciare bambini, donne e uomini. Sono andata anche a vederlo dal vivo, mi entusiasma.

La Repubblica (Italia)|Quando l’Argentina diceva Bienvenidos|Massimo Calandri

Interesante artículo de Calandri en la Repubblica de Italia sobre el antes y el ahora de la inmigración en Argentina.

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Vicino al vecchio Hotel de Inmigrantes sta per sorgere un carcere speciale per stranieri. Anche cosí il governo di Macri, dice la scrittrice Elsa Osorio, “rinnega la storia del nostro Paese”

Buenos Aires. C ‘era una grande mensa in grado di servire tremila pasti al giorno,  “Carne arrostita e patate! Hanno portato persino il dolce. Perdonatemi padre, ma non avevo mai mangiato cosí bene in tutta la mia vita”. Così scriveva Armando Repetto alla famiglia in Valbrevenna, entroterra genovese dove nel 1918 si faceva la fame e la sola speranza era mandare il figlio grande a cercare fortuna in America. Al piano di sopra, le camerate,  “Letti puliti, lenzuola e coperte” ma niente cuscini, per evitare il propagarsi dei pidocchi. E tavoli in marmo, piastrelle bianche alle pareti, Hotel de Inmigrantes.

La struttura di accoglienza era stata inaugurata 6 anni prima di fronte al porto di Buenos Aires, che ora è il quatiere di Retiro. Chi arrivaba per nave veniva ospitato, messo in regola coi documenti, aiutato nella ricerca di un lavoro e intanto imparava lo spagnolo. Milioni di persone. Un secolo dopo lʼhotel di 4 pianni, chiuso nel 1953 e dichiarato monumento storico, ha rischiato di essere trasformato in un centro commerciale.

Adesso è un museo, dedicato a quei tempi. Che in Argentina sono solo un ricordo, perchè i nuovi migranti arrivano dai Paesi confinati dellʼAmerica Latina e non sono più benvenuti. Il governo di Mauricio Macri ha in mente un muro molto trumpiano al confine con la Bolivia e sta allestendo una prigione speciale per stranieri, mentre con un decreto di “neccesità ed urgenza” ha dato un durissimo giro di vite alle norme sullʼingresso e la permanenza. La nazione arcobaleno per diritto di nascita, il melting pot dove tuttu i 40 milioni di abitanti hanno almeno un parente di origine europea (la maggior parte italiana), ha scoperto la xenofobia.

E negli uffici della Direzione nazionale delle migrazioni, giusto accanto al vecchio hotel, la gente si mette in coda dallʼalba e poi si ammassa nei saloni, attendendo il rinnovo di un permesso di soggiorno: ma sono quasi tutti dinieghi.

 “È una storia orribile, assurda, che sta dividendo in due il Paese”, Elsa Osoriol la scrittrice che con I ventʼanni di Luz (tradotto in 15 lingue, oltre mezzo milione di copie vendute in Europa) ha ridato voce ai desaparecidos, racconta un episodio -uno dei tanti- che è stato denunciato sulle reti sociali.  “È successo al termine di una marcia “pacifista” dei sostenitori di Macri che si dicono apolitici però sono di destra e in corteo gridavano  “Fuori gli immigranti dalla nostra Argentina”. Una dozzina di loro ha affrontato una ragazza sulla linea A della metropolitana. La giovane è stata spintonata “Tornatene al tuo Paese, puttana paraguayana”, le hanno gridato, mostrando i pugni. Lei ha pianto, quelli si sono fatti sotto:  “Schendi subito, negra di m… ” e allo è scappata, mentre i “pacifisti” esultavano”. Osorio scuote la testa: “Anche questo governo, come quello degli Stati Uniti, sostiene che gli stranieri ci rubino il lavoro e i posti-letto in ospedale. Che traffichino in droga, che siano solo un pericolo. Molta gente certe cose magari le pensava, però se le è sempre tenute dentro anche perchè sa bene che siamo un popolo di immiganti, ma ora le dice pubblicamente”.

La percentuale di immigranti nel Paese rappresenta solo il 4,5 per cento:  “Il 10 per cento nelle aree urbane. Unʼincidenza minima. Secondo lʼOnu siamo al 123° posto nella classifica mondiale” spiega Lelio Mármora, direttore dellʼIstituto per le politique di migrazione e asilo dellʼUniversità Tres de Febrero, “il presunto impatto negativo è solo unʼesagerazione a fini demagogici ed elettorali”. Però ha permesso alla ministra per la Sicurezza pubblica, Patricia Bullrich ( “il nostro problema sono gli stranieri legati al narcotraffico”), di giustificare il decreto di “necessità e urgenza” con cui sono state introdotte norme severissime per poter entrare e risiedere nel Paese, a prescindere da eventuali reati. E tempi record in caso di espulsione.  “La porcentuale di stranieri condannati per reati legati alla droga è appena dello 0,06 per cento, non giustifica un decreto eccezionale. Siamo anche molto preoccupati per il progetto di un carcere solo per immigranti, dove finiranno delinquenti per reati comuni e persone che semplicemente non sono in regola con i documenti” ha protestato Mariela Belski, di Ammesty International. Ma la Bullrich tira dritto, anche se smentisce la costruzione del muro.  “Detesto quella donna, che va in giro vestita come un militare” racconta Elsa Osorio (di cui in Italia esce in questi giorni un nuovo libro edito da Guanda Doppio Fondo). “Pensare che ancora pochi anni fa sognavo unʼAmerica Latina unita. In tutto il mondo cʼè una deriva xenofoba, ma che succeda anche in Argentia è surreale”. Il centro di detenzione dovrebbe sorgere nel modesto barrio di Pompeya, al 3860 di Pasaje Alfredo Colmo. Un immobile dellʼamministrazione dalla Direzione nazionale delle migrazioni e dal Minestero della sicurezza. Un edificio basso in mattoni rossi oggi in via di ristrutturazione. Alla porta cʼè un signore che con modi spicci vieta di fare fotografie (“Neanche da lontano, altrimenti chiamo la polizia”) e giura di non sapere niente della nuova prigione per stranieri. Le proteste delle organizzazioni unamitarie -e dei sacerdoti che hanno sottoscritto un documento per denunciare la deriva “razzista”- avrebbero cosigliato a Macri di rallentare nellʼesecuzione del progetto. Ma i lavori continuano, e lʼArgentina -con una Buenos Aires paralizzata ogni giorno dalle proteste anti-governative -è sempre più divisa. Il centro dista appena sette chilometri dal vecchio Hotel de Inmigrantes. Sette chilometri e più di un secolo di storia. Di umanità.